DURCH DEN KAMIN / a cura di MASSIMO GUASTELLA / testimonianza UCCIOBIONDI
"Mai Più" Treno della Memoria - installazione intermediale
vagoni merci presso le stazione ferroviarie di
Lecce-Brindisi-Taranto-Bari-Barletta-Foggia • 2006
Cittadella della Cultura • Bari • 2007
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alcune sequenze del video DDK (attraverso il camino) installazione intermediale: video+ sculture |
l'arte per "mai più"
MASSIMO GUASTELLA
… … Durch Den Kamin, “Attraverso il camino”, la minaccia che gli aguzzini nazzisti rivolgevano ai prigionieri quale unica, sardonica via di evasione dagli arbeitslager (campi di lavoro) concessa loro. La proposta intende ancora dare significati alla vita, proponendosi come forza evocativa quale monito alle principali tragedie storiche del ‘900, che dopo la Shoa, -mi si conceda la digressione- non dimenticano Hiroshima, la Kore e sino ad oggi più che alla storia appartengono alla cronaca dei desaparecidos sudamericani, delle pulizie etniche delle violenze sui minori, degli attentati terroristici, dei fondamentalismi fascisti, della cecità di bombe intelligenti, delle prigioni di Guantanamo e Abu Ghrabi, della striscia di Gaza, dei proclami per la distruzione dello stato di Israele… e perché non aggiungere il “martirio” degli scolari di San Giuliano di Puglia, una intera leva cancellata, vittime nella propria scuola, crollata tanto per il terremoto quanto per le inadempienze istituzionali di una società che si ritiene civile.
… … Torno su DDK: melange di sensibilità manuale, le forme plastiche, antimonumentali, prive di retorica, di creatività performativa, la piesse autografa recitata, la voce della donna araba, registrazione pirata abbrivio di quel Arbeit macht frei (“il lavoro rende liberi” letto dai deportati inannzi ai cancelli di Auschwitz) straordinario prodotto musicale jazz-rock etnico degli Area di Demetrio Stratos (1973); di vocalizzi dello stesso Stratos e di inserti strumentali del sax di Vittorino Curci; di documentazioni scritte fotografiche ed elaborazioni video computerizzata.
Un santuario in un carro merci? La magra figura, denudata, rasata, <ecce homo> al femminile -solo in ciò latamente riferibile agli autoritratti di Frida Kalho- le cui stimmate sono cifre tatuate su braccia e mani. Riferisce del sacrificio dei deboli. Assieme alle altre due nude figure muliebri, addossate alla parete, sono strutturate, senza mezzi termini alla Segal e tinteggiate del grigio doloroso partorito a Guernica nel 1937. Pur nei caratteri antropomorfi non sono poi così reali, ma proiezioni spettrali.
… … La proiezione video ci è suggerita come metafora del fascio di luce dei fari che irragiavano i campi per prevenire le fughe notturne. Una sequenza iconica e segnica, che si diffonde in senso rotatorio nella fioca luce per deformarsi sfocata nello spazio-ambiente che l’accoglie: lambisce lo spettatore lo coinvolge, gli mette addosso virtualmente il doveroso ossequio agli scomparsi dell’Olocausto. Dei corpi martoriati, caduchi come petali di rose, aleggia lo spirito: affatto fuoriuscito <attraverso i camini!> Giunge a noi. Non dovrà mai sopirsi affinchè lo si possa tramandare, avversi alla rimozione.
… … Durch Den Kamin è una installazione che ricalca le modalità applicabili a un luogo scelto per erigere il Memoriale alle vittime di tutte le violenze e per la pace pur non essendolo nella sua esposizione temporanea. Ma se lo diventasse?
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chi è ancora vivo non dica: mai! (B. Brecht)
UCCIOBIONDI
È la certezza troppo spessa inconscia, disorientata ma insopprimibili che ha permesso di vivere, di non soffocare per la disperazione, a chi è vissuto a lungo sotto i fascismi, sotto i totalitarismi. Durch Den Kamin – (da qui si esce solo) attraverso il camino. È questo il titolo della installazione.
L’intento è riprendere il feto della memoria e porlo già cresciuto nella nostra modernità. Prosciugarlo dalle pene sofferte e da qui ripartire per comunicare la peggiore conseguenza che la quotidianità di oggi ci evidenzia nelle sue sfaccettature: la violenza. In situazioni di eccezionale precarietà, di instabilità, di disagio come le crisi economiche o politiche, il fenomeno della violenza si amplifica e gli uomini, individualmente o collettivamente, scaricano le loro preoccupazioni su minoranze etniche o religiose. Questo accade in base ad un processo proiettivo che consiste nell’attribuire agli altri la responsabilità delle proprie paure. La storia può aiutare ma non deve essere l’alibi per un’arte del tempo presente. Quest’ultima, per significare, dovrà essere capace di cogliere degli eventi storici gli aspetti più profondi per poi essere trasferiti in altro da sé, legittimando la priorità della funzione estetica.
L’artista ha un potere autonomo che lo rende differente da quello politico: riflettere sulla memoria, sul senso fortunato dell’esistenza, sui modi del presente per poi coglierne il succo culturale.
Ho provato di fatto a sospendere il tempo per poi ricreare una sorta di camera teatrale dove si può percepire la sola pellicola dei corpi lasciati lì al buio nel carro merci. A resistere e a non concedere altro al di fuori della carne. Sicchè nelle opere plastiche in gesso prevalgono: l’abbandono terribile per una violenza subita a testimoniare con chiarezza gli effetti e le conseguenze devastanti che essa comporta, lo svuotamento della persona nella pelle, nei muscoli, nelle ossa, in quelle energie che sostengono il peso della vita. Il corpo è appoggiato nella sua parte sinistra alla parete con le braccia abbassate in segno di resa mentre all’altezza dei polpacci si blocca una mutandina bianca, segno indelebile di uno stupro. Sembra invece uscire dal pertugio di una parete, quinta allusiva, la terra d’altri, il secondo gesso.
Un corpo che ostenta fierezza e che, sfondando per l’appunto il limite dell’indecenza animalesca umana, si propone in segno di sfida, diversamente altro, con in mano un giocattolo bomba fatto di orsacchiotti irti di spine a significare la memoria leggera del’infanzia e delle nenie. Uno strumento gioioso a prova di ordigno da trattare per la difesa e l’attacco.
Una terza “installatura” è collocata al centro della scena-vagone. Porta con sé l’inedia, la magrezza vissuta di carne rinsecchita e sul palmo delle mani le stimmate incrostate di numeri rossi. Ritta in piedi guarda in faccia la violenza ed è fiera di essere venuta fuori dalla strettoia del camino. La sua postura parla di dignità. È il domani possibile.
I gessi hanno il colore grigio perlato e si inseriscono all’interno del vagone, in un contesto fumoso laccato di grigi molto teatrali la cui assenza conterrà le presenze dei corpi a testimoniare una inequivocabile unicità.
Un fascio di luce proietterà in sequenza filmica non il suo cono di luminosità artificiale bensì l’agghiacciante carta di segnaletica umana. La collettività ebraica in scansione di foto tessera, gasata e poi bruciata. DDK è una installazione intermediale, un gesto aperto quindi, segnata dal tramite di tre forme plastiche immerse in un buio tonale rischiarate dal raggio-video che proietta a 320º immagini animate, citazione delle luci roteanti, fari spettrali nei campi di concentramento.